ALCUNE DELLE CONSULENZE E DEI NOSTRI TRATTAMENTI DI MEDICINA COMPLEMENTARE

naturopata

CONSULENZE NATUROPATICHE:

COLLOQUIO FLORITERAPEUTICO

ll colloquio con un esperto è il più importante sistema ed in assoluto il più efficace per una corretta scelta dei Fiori.  Nella fase iniziale del colloquio il terapeuta, attraverso le sue capacità di ascolto entrerà in una relazione empatica con il il cliente  e con il suo vissuto permettendo così uno scambio energetico atto ad individuare i suoi disagi e le sue eventuali conflittualità emotive e somatiche. Avrà cura di non  entrare mai in una dinamica deduttiva e di causa-effetto cosa che gli permetterà di concordare con il cliente il miglior itinerario terapeutico possibile.

SEDUTE  DI BIOENERGETICA

La bioenergetica si definisce come una tecnica “psicocorporea” che utilizza modalità respiratorie, specifici esercizi fisici, posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi  caratteriale del soggetto. La bioenergetica consente l’integrazione tra corpo e mente, aiutando il soggetto a sciogliere i blocchi energetici e i meccanismi difensivi creatisi a livello fisico ed emotivo, causa di molte inibizioni. La bioenergetica si focalizza sul disturbo emotivo e sulla sua manifestazione fisica, ossia su fattori evidenti nell’aspetto corporeo, nella postura e negli atteggiamenti. Lo scopo della bioenergetica è quello di rilassare le contrazioni muscolari permettendo così di far affiorare alla coscienza le emozioni che hanno provocato questi blocchi e di restituire alla persona uno stato di naturale carica energetica.La bioenergetica, altrimenti definibile come un modo di comprendere la personalità in termini bioenergetici, associa il lavoro del corpo a quello della mente, con il fine di aiutare il soggetto a risolverei propri problemi esistenziali e relazionali. Le sedute di bioenergetica si rivolgono a tutti, senza distinzioni di età. Non vi sono  controindicazioni in merito.

SEDUTE DI CROMOTERAPIA E LETTURE DI AURA-SOMA

SEDUTE E TRATTAMENTI DI KINESIOLOGIA APPLICATA

La Kinesiologia Applicata e’ una tecnica che si serve di test muscolari.

Interessante e’ il collegamento di vari muscoli da testare che sono correlati a meridiani energetici di agopuntura ed agli organi ad essi corrispondenti.

La Kinesiologia Applicata si prefigge di andare alla ricerca di cosa è in disequilibrio nel nostro organismo, ancor prima che le alterazioni raggiungano i livelli di malattia e patologia.

Ciò è reso possibile grazie al test muscolare e alle informazioni che esso fornisce, in base alle quali è possibile determinare se un problema è da collegare al sistema nervoso o al drenaggio linfatico piuttosto che ad un deficit vascolare di un muscolo o di un organo, ad un eccesso o carenza di un principio nutritivo oppure ad uno squilibrio nel sistema dei meridiani.

Centinaia di metodiche di trattamento sono state sviluppate e consolidate dal Dr. George Goodheart e dall’International College of Applied Kinesiology
Tutte le metodiche e i trattamenti della Kinesiologia Applicata non sono invasivi e si fondano su un approccio del tutto naturale.

La kinesiologia applicata viene utilizzata come metodica complementare all’esame fisico standard e, come tale, la visita ha inizio con domande particolareggiate sui sintomi del paziente e la raccolta dell’anamnesi.

Segue un attento esame fisico, con differenti procedure.
L’esame generico è seguito da indagini più specifiche di vera e propria kinesiologia applicata, indagini che possono variare da paziente a paziente con l’analisi posturale e il test muscolare.

Al termine degli esami, in base a quanto e’ emerso durante la visita, viene impostato un piano di trattamento.

La Kinesiologia Applicata apporta un contributo fondamentale alla indagine diagnostica di routine.
La maggior parte delle metodiche diagnostiche tradizionali, infatti, è rivolta alla ricerca e valutazione di una patologia. Può succedere quindi che, al termine degli esami fisici tradizionali, il paziente venga dichiarato esente dalla patologia ricercata, ma nonostante ciò, egli potrebbe ancora lamentare sintomi quali, mal testa, senso di stanchezza o altri disturbi.
La Kinesiologia Applicata rappresenta un metodo prezioso per la ricerca della causa dei disturbi funzionali, in quanto essa suggerisce dove intervenire, per mezzo di un’idonea terapia correttiva.

Quindi,a cosa puo’ essere di aiuto la Kinesiologia Applicata?
La Kinesiologia Applicata può essere d’aiuto nel determinare quali vitamine o minerali o cibi debbano essere integrati o eliminati.
Utile per valutare la salute degli organi
Utile quindi nella ricerca di intolleranze alimentari.
Utile nella ricerca di varie parassitosi intestinali  e stati flogistici dell’organismo
Utile nella valutazione dello stato emozionale che se non risolto può diventare causa di disturbi fisici

SEDUTE E TRATTAMENTI DI RIFLESSOLOGIA PLANTARE

Le reflessologie sono la proiezione completa ancestrale di tutto il corpo solo su una parte di esso. Immaginiamo di fotografare una persona, rimpicciolirne la foto e proiettarla solo su una parte del corpo. Le terminazioni nervose attraverso processi d’afferenza ed efferenza, trasmettono dall’interno verso l’esterno e viceversa disagi e problematiche degli organi interni. Attraverso questi meccanismi si è in grado di raggiungere i differenti organi con sollecitazioni mirate all’ottenimento dell’ossigenazione dei tessuti attraverso la vascolarizzazione degli stessi. La provata efficacia di queste metodiche è determinata dal fatto che s’interpretano i segnali che il nostro organismo invia attraverso le aree più periferiche, mani, piedi, orecchie, lingua, naso, occhi, che sono le aree con la maggior concentrazione di terminazioni nervose.

Come agiscono i punti riflessi

I neuroni sono cento miliardi di centraline microscopiche del pensiero (diametro tra cinque e cento millesimi di millimetro), contenute in questa scatola di modeste dimensioni che è il nostro cranio.
Hanno il compito di elaborare i messaggi e trasferirli lungo le vie nervose. Ogni neurone è attrezzato per ricevere informazioni nervose dai suoi pari mediante i dendriti, sottili filamenti ramificati che lo fanno somigliare ad una piovra e per trasmettere a sua volta i propri messaggi mediante un altro prolungamento tubulare detto assone o cilindrasse.
Il punto di connessione tra l’assone di una cellula e il dendrite dell’altra si chiama sinapsi, è la chiave di volta di tutto il sistema di comunicazione neuronale.
Si è scoperto che le cellule nervose possono in modi non ancora ben conosciuti autoripararsi in caso d’eventuale danneggiamento emettendo nuovi terminali d’assoni, instaurando altre sinapsi, riformando le connessioni perdute.
La prima dimostrazione in questo senso è valsa il premio Nobel a Rita Levi Montalcini, dopo che nel 1954 era riuscita ad isolare il Nerve Growth Factor (NGF), in altre parole il fattore naturale capace di stimolare, appunto, la crescita dei neuroni. Tutti i segnali nervosi in entrata e in uscita sono di natura elettrica.
La situazione d’equilibrio del campo elettrico si modifica quando si sviluppa un impulso nervoso che può avere differenti origini: luminosi, acustici, gustativi, olfattivi, tattili ma anche ripescati dalla nostra memoria. L’acetilcolina è il neurotrasmettitore che fa muovere i muscoli, facendo progredire il segnale elettrico dalla corteccia alla placca motrice neuromuscolare.
I segnali sono trasformati in chimici ed elettrici, una volta raggiunta la sede occipitale, il cervello provvede alla loro decodificazione.
Con un massaggio veloce e leggero generiamo delle onde corte, quindi d’alta frequenza, veloci, penetranti, quando raggiungono un organo bersaglio, determinano una reazione chimica acida che a sua volta determina un rilassamento dei tessuti o degli organi più contratti e irrigiditi. Un organo ingrossato, indurito per problematiche acute o croniche, se bersagliato velocemente, è sollecitato con un tipo d’attività simile a quella di uno scalpello contro una roccia: non pochi grossi colpi, ma tanti piccoli. Situazione opposta, un massaggio lento, profondo, pesante, per la legge fisica «la pressione genera calore», ha una trasmissione per mezzo d’onde lunghe, basse, lente.

Questo impulso quando raggiunge l’organo bersaglio, genera una reazione basica che determina a sua volta una tonificazione dei tessuti per effetto degli zuccheri che vengono a sintetizzarsi, perciò se un organo è stanco, prolassato, un massaggio lento e profondo è tonificante, energizzante, per esempio è possibile far recuperare la fisiologica capacità peristaltica alla cistifellea o allo stomaco. Il massaggio che esercitiamo è un’azione meccanica che nel nostro organismo si trasforma in una reazione chimico-elettrica. Il nostro corpo reagisce a due sollecitazioni fondamentali: contrazione e rilassamento, che possiamo tradurre in sollecitazioni caldo-freddo, una carezza /pizzicotto, taglio/punta, tirare/rilasciare, dolce e acido e così via all’infinito. 

MASSAGGIO OLISTICO

MASSAGGIO BIOENERGETICO

FITOTERAPIA

La Fitoterapia è la scienza che tratta la cura e la prevenzione delle malattie umane per mezzo delle piante medicinali e dei prodotti fitoterapici. Essa studia le capacità curative delle piante o delle droghe vegetali (cioè le parti della pianta medicinale allo stato essiccato che vengono utilizzate a scopo terapeutico), le indicazioni di massima, le controindicazioni relative, la posologia e le opportune vie di somministrazione.

CRISTALLOTERAPIA

La Cristalloterapia è un metodo che favorisce l’autoguarigione naturale attraverso l’uso di cristalli, pietre e minerali di varie forme e colori permettendo di raggiungere e mantenere uno stato di benessere psico-fisico tramite la stimolazione delle risorse naturali dell’individuo.Abbandonando per un attimo il giudizio possiamo ampliare la nostra percezione e concederci di accogliere le meraviglie che i cristalli sanno trasmettere. Praticare Cristalloterapia significa soprattutto crescita e cambiamento, il benessere fisico è una piacevole conseguenza della forte spinta introspettiva a cui portano i cristalli.

La Relazione ‘come’ Aiuto  nell’ambito Operatore Sanitario-Paziente Dr. Michela De Mattio Medico Specialista in Medicina Interna, Counselor a indirizzo fenomenologico esistenziale

COUNSELING AD ORIENTAMENTO FENOMENOLOGICO ESISTENZIALE

relazione d'aiuto

IO, MARTIN HEIDEGGER E IL MIO CONCETTO DI “CURA”

Ho scelto di affrontare il concetto di RELAZIONE e di CURA facendo riferimento al pensiero e alla riflessione elaborata da Martin Heidegger in Essere e Tempo per cercare di definire l’orizzonte concettuale di chi si approccia al Counselling ad orientamento fenomenologico esistenziale. Sebbene ciò possa risultare arbitrario e soggettivo questo è il modo con il quale io mi approccio al concetto di Cura per come io lo intendo e per come scelgo di affrontare la tematica della relazione

Credo fermamente che il bisogno di relazionarsi con il mondo e l’alterità (l’altro-da-sé) caratterizzi in modo costitutivo l’Essere umano e che le condizioni esistenziali in cui si trova a vivere possano rendere inautentiche ed insoddisfacenti tali relazioni.

Dal punto di vista fenomenologico credo che sia proprio dell’Essere umano lo stare in relazione.

Heidegger ha sottolineato più volte il suo interesse e la sua preoccupazione non tanto per l’esistenza dell’uomo ma quanto per quella  “dell’Essere nel suo insieme e in quanto tale”

In gran parte del suo lavoro ha cercato di giungere ad una determinazione piena e completa del senso dell’esistenza senza cadere nelle trappole della metafisica oggettivante che concepisce l’Essere unicamente come presenza.

Uno dei punti cardine ai quali Heidegger, a mio avviso, è giunto, per poi ripartire è che l’Essere umano non possiede un’essenza che lo definisca a priori ma che l’Essere umano altro non è che il suo modo di Essere, la sua esistenza, e che la comprensione dell’Essere è una possibilità dell’esistenza.

Credo che questa sua prospettiva antropologica sia essenziale e preziosa per chi si propone di costruire una relazione con l’altro da sé ed è questo che ho cercato di portare nel lavoro di gruppo con gli operatori sanitari del pronto Soccorso

L’Essere dell’uomo come Essere nel mondo

 

Credo che l’affermazione a seguire fondi il cardine dell’antropologia heideggerriana :

“Questo ente che noi stessi sempre siamo lo desiniamo con il termine Esserci (Dasein)” (Essere e Tempo)

L’uso del termine Esserci indica il fatto che l’uomo è il suo modo di Essere e la sua funzione nel mondo dove il ci, sta ad indicare che l’Essere dell’uomo è il mondo, ovvero è quell’insieme di situazioni che esperisce fin dalla nascita, indipendentemente dal suo volere. “L’Esser-ci quindi è ciò che è solo in quanto Essere-nel-mondo” (Essere e Tempo) e siccome il mondo è ovunque intorno all’uomo e l’uomo ne è totalmente immerso, non può Essere in nessun caso pensato come separato da esso.

Per Heidegger quindi l’identità esistenziale e quella di mondo, sono indissolubilmente unite, il che vorrebbe dire che la comprensione del mondo umano non può Essere l’analisi di una coscienza (Essere umano) che si progetta liberamente all’interno di una sorta di purezza intenzionale ma dev’Essere analizzata all’interno della struttura del mondo (ambiente) nel quale esperisce la propria esistenza che la condizionano e la avvolgono.

L’Essere quindi, per Heidegger, è dunque Essere-nel-mondo e ciò ha la caratteristica dell’Essere gettati nel mondo a partire da quando nasciamo, dove per gettatezza intendiamo il fatto che l’uomo viene consegnato al mondo, con il quale deve sempre fare i conti e che non è quello che ha scelto. In questo Essere gettato l’Essere umano deve sempre fare i conti con il suo corpo, con il suo passato, con la situazione nella quale si trova oltre che con la sua realtà materiale e culturale.

Esser gettati implica Essere consegnati al determinismo di un mondo che può vanificare ogni suo progetto e chiuderlo; implica stare in una condizione di perenne scacco.

Per il mio vissuto di persona e di persona-medico credo di Essere stata gettata nel mondo due volte: la prima come persona, dalla mia tradizione intesa come famiglia, la seconda come medico dal mondo scientifico-sanitario, dove una strenua e lunga formazione scientifica non permette obiezioni e spazio per domande esistenziali e dove la lunghezza del percorso (12 anni di indottrinamento) e l’angoscia del saper fare rende le persone oggetti, gettati nel mondo.

La gettatezza è per Heidegger la condizione di fatto a partire dalla quale ogni Essere umano può provare a dare un senso al suo Essere-nel-mondo utilizzando una peculiarità ontologica che lo differenzia da ogni altro ente e che è la possibilità di scegliere ovvero “ l’Esserci è essenzialmente la sua possibilità, questo ente può, nel suo Essere o scegliersi, conquistarsi oppure perdersi e non conquistarsi affatto” (Essere e Tempo)

La peculiarità dell’esserci quindi è quella di trovarsi di fronte ad un ventaglio di possibilità e la sua esistenza altro non è che il continuo rapportarsi a tali possibilità “L’esserci si determina come ente sempre a partire da una possibilità che egli stesso è” (Essere e Tempo)

Questo a mio avviso significa che per comprendere l’uomo non ha nessun senso cercare di comprendere delle proprietà essenziali che lo determinino una volta per tutte come accade nel mondo della medicina allopatica ma è necessario invece considerare le modalità esistenziali in cui l’uomo si definisce in un mondo di enti e di cose, la cui caratteristica è proprio quella di poter Essere utilizzate dall’uomo.

Le cose da cui l’Esser-ci è circondato non sono presenza in sé, indipendenti dall’Esser-ci ma sono strutture di quei progetti che permettono all’uomo di definirsi esistenzialmente.

Quindi è come dire che non esiste un mondo in sé ma esistono molteplici mondi in cui ogni individuo percepisce emotivamente e conosce il mondo: le cose quindi si danno all’Esserci già fornite del significato che l’Esserci ha dato loro in quanto le cose, e come tali sono già inserite come strumenti del suo progettare.

Con questo voglio dire che se dal punto di vista epistemologico il significato dell’oggetto divano è uguale per tutti (divano: sedile per più persone imbottito e con cuscini usato in sale, salotti ed altri ambienti di soggiorno) dal punto di vista fenomenologico il senso del divano è diverso per ogni individuo a seconda dell’esperienza che del divano fa (sedile per più persone imbottito e con cuscini sul quale guarda la televisione quando è annoiato, sedile per più persone imbottito e con cuscini sul quale si distende e passa serate divertenti con amici etc.)

Cos’è quindi la Cura?

-Possiamo prenderci cura degli altri solo se riconosciamo  loro pienamente la libertà di prendersi cura di se stessi

-Per giungere ad arrivare a prenderci cura “insieme” del mondo ritengo indispensabile che l’incontro venga mosso dall’Esserci sempre “proprio”

L’Essere dell’uomo come Essere-con

 

L’Essere per Heidegger è un con-Essere con gli altri

Questa non è una scelta ma un atto costitutivo dell’esistenza umana in quanto l’uomo non può scegliere di avere o non avere relazioni con gli altri ma è quello che è solo perché , necessariamente, per tutta la sua vita è con gli altri.

Il modo in cui per Heidegger l’Esser-ci può entrare in relazione con gli altri è molteplice:

“Essere l’un per l’altro, l’uno contro l’altro, l’uno senza l’altro. Il trascurarsi l’un l’altro sono modi possibili del l’aver cura e sono proprio i modi della deficienza e dell’indifferenza dell’Essere assieme quotidiano e medio. Questi modi di Essere rivelano il carattere della non-sorpresa e dell’ovvietà che sono propri del con- Esserci quotidiano e intra-mondano” (Essere e Tempo)

Per l’esperienza che ne ho fatto, l’Essere-con-altro appare Essere un elemento costitutivo dell’individuo ma che non rende più significativa e ricca di senso l’esistenza umana. In Essere e Tempo infatti gli altri assumono una colorazione coercitiva e quasi opprimente che mi rimanda all’Altrui sartriano per il quale il Conflitto è il senso originario dell’Essere-per-l’Altro in cui ognuno, con il proprio sguardo reifica l’altro, e l’Essere-assieme, nella dimensione della quotidianità sembra Essere in definitiva ciò che impedisce al singolo di Essere autenticamente se stesso.

A primo impatto questa può apparire una visione cinica e nichilista dell’esistenza, io credo invece che sia il solo punto di partenza che permette di giungere ad un autentico Essere-con

In che modo l’Essere-con impedisce all’individuo di Essere autenticamente se stesso?

 

L’Essere-con (mit sein) che l’Esserci fa quotidianamente si esprime nella forma dell’esistenza anonima e inautentica in cui domina incontrastato il ” Si dice e il Si fa”. È in questo modo a mio avviso che tutto viene livellato dall’opinione comune facendo diventare l’Essere umano convenzionale e prevedibile.

Questo accade nel mondo e anche nel microcosmo della sanità dove l’individuo è così imbrigliato in questa modalità esistenziale del “Si dice e Si f a” che perde se stesso e le proprie autentiche

soggettive possibilità. E’ dentro questa modalità che la su a libertà finisce per ess ere e p er pens are   quello che tutti sono e che tutti pensano ” Questo Essere assieme dissolve completamente il singolo Esserci nel modo di Essere degli altri. È in questo stato di irrilevanza e di in distinzione che il Si

 

esercita la sua tipica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica….troviamo scandaloso ciò che si trova scandaloso” (Essere e Tempo)

Nella mia esperienza questo è il modo di Essere-con nella dimensione quotidiana in cui ogni originalità sembra dissolta nel risaputo e ogni segreto perde la sua forza. In questa dimensione in cui l’opinione del Si ha già anticipato ogni giudizio e ha già preso le sue decisioni, l’Esserci si trova senza alcuna responsabilità poiché ” Il Si non ha nulla in contrario a che si faccia sempre appello ad esso” (Essere e Tempo)

Vivere nel mondo del Si risulta gradito e comodo per l’Esserci in quanto il Si fornisce certezze e stabilità che però hanno il prezzo della perdita del proprio Essere più autentico

Il rapporto quotidiano con gli altri si struttura quindi secondo la modalità della chiacchiera, del pettegolezzo, della curiosità, dell’interpretazione e dell’equivoco dentro al quale l’Esserci non può che perdersi.

Dentro questa dimensione esistenziale del Si ciò che si rivela è “Quel modo fondamentale dell’Esserci della quotidianità che noi chiamiamo la deiezione dell’Esserci”  (Essere e Tempo)

La deiezione altro non indica il rapporto quotidiano tra l’Esserci e il mondo che si caratterizza come smarrimento nel luogo comune e nella sua prevedibilità e il mondo della scienza oggi è zeppo di luoghi comuni e di “Si fa così”

Le pagine in cui Heidegger scrive della deiezione, mi sono apparse quasi profetiche di una società contemporanea:

“La presunzione del Si di condurre una vita autentica e piena crea nell’Esserci uno stato di tranquillità: tutto va nel modo migliore e tutte le porte sono aperte…… Questo stato di tranquillità dell’Essere inautentico non conduce però all’inerzia e all’ozio, ma all’attività sfrenata……. Una curiosità polivalente universale dell’Esserci” (Essere e Tempo)

Questa onniscienza esibita, questa reificazione superficiale e onnivora sembra Essere il nostro Essere uomini in un mondo in cui il prodigioso avanzare del tecnicismo ci illude di Essere onnipotenti. È proprio dentro questo mondo che la qualità delle relazioni sociali sembra Essere ancora più difficile.

Mi preme sottolineare però che questa affermazione per Heidegger non è una condanna o una espressione di giudizi di valore, la deiezione non è intesa come una condizione di alienazione sociale ma una modalità esistenziale dell’uomo.

La soluzione che propone Heidegger alla deiezione credo sia una soluzione che si sposa con il mio modo di sentire e di intendere l’esistenza è che essendo la deiezione una modalità esistenziale che caratterizza l’Essere dell’uomo in modo necessario, l’unico modo per uscirne è seguendo la chiamata della coscienza intesa come consapevolezza e alla responsabilità dell’Esserci del suo vivere nell’inautenticità.

Il potere della consapevolezza

 

È solo la coscienza intesa come consapevolezza di sé, a richiamare l’Esserci che si è smarrito nell’anonimato del Si. E’ solo la consapevolezza che può districarlo dal tranquillizzante rifugio in cui si è nascosto per ricondurlo a sé:

” La chiamata della coscienza è il risveglio del se stesso al suo poter Essere se stesso e perciò una chiamata dell’Esserci alle proprie RESPONSABILITÀ “ (Essere e Tempo)

È quindi solo attraverso l’esperienza emotiva dello smarrimento del vuoto e dell’angoscia che l’Esserci che, ha perduto le certezze del mondo del Si, scopre con sorpresa che  l’esistenza  è costituita da infinite possibilità e che solo sull’assunzione di tali possibilità può fondarsi un progetto di libertà .

Il problema che si pone però è che essendo stato gettato nel mondo l’Esserci si trova di fronte a due ostacoli che gli impediscono di realizzare le più autentiche possibilità del proprio Essere:

  • Il mondo del Si è l’invischiamento in quei rapporti mondani dominati da
  • La sua gettatezza originaria, intesa come tradizione ( famiglia: microcosmo dove vige la legge per la quale “Quello che tu ti aspetti che il mondo voglia da te è quello che i tuoi genitori volevano da te”) che fa si che anche ogni suo progetto sia nullo in quanto gettato e che lo rinvii, per dirlo alla sartriana, e lo rinsaldi alla sua fatticità.

Questa dimensione non ha a che fare, a mio avviso, con un disvalore dell’Essere o un disvalore del singolo progetto ma è un “costitutivo esistenziale della strutta dell’Essere del progettare” (Essere e Tempo)

In definitiva dunque ” l’Essere dell’Esserci in quanto progetto gettato significa: (il nullo) Essere fondamento di una nullità. Il che significa: l’Esserci è come tale colpevole” (Essere e Tempo)

Questa nullità esistenziale e questa colpevolezza non ha per Heidegger il carattere di una mancanza rispetto ad un ideale che non viene raggiunto ma è considerata come la dimensione più autentica dell’Esserci, come quel niente che è, al fondo il nostro Essere.

In questo caso il richiamo al nostro Essere non può che Essere un richiamo a tale nullità che si rivela in quella che Heidegger chiama ESSERE-PER-LA-MORTE, non concepita come fine dell’esistenza ma come la possibilità più propria e più autentica dell’Esserci.

È proprio in questa capacità di riconoscere la possibilità della morte, assumendola su di sé come una dimensione anticipatrice, che l’uomo può ritrovare il suo Essere più autentico.

Solo separandosi dai suoi simili che, facendo parte del mondo del Si, lo separano dalla sua ipseità, l’Esserci ha la possibilità di consacrarsi esclusivamente all’Essere se stesso, liberandosi, definitivamente, da quel mondo comune del Si, nel quale si coinvolge e si disperde.

Il prossimo quindi, l’alterità, l’altro-da-me si rivela un elemento strutturalmente necessario sebbene molesto nei confronti dalla possibilità di Essere se stessi in quanto l’esistenza non è mai isolata ma è sempre un Essere-con (mit-sein)

Heidegger è stato criticato ed interpretato da molti, in primis da Biswanger che   ha individuato come modalità di trovare la propria autenticità per sfuggire alla dittatura del Si nella capacità di costruire valori con l’altro con amore e amicizia. (Per un’antropologia fenomenologica- Biswanger)

Essere con gli altri e prendersi cura di loro

 

Io credo ci sia un fraintendimento nella interpretazione dell’Essere-per la-morte il quale senso si comprende in quel capito di Essere e Tempo in cui Heidegger analizza la peculiarità degli esseri umani mostrando come l’incontro con l’altro-da-noi sia caratterizzato dall’impossibilità di catalogare l’altro come cosa, cioè in base alla sua utilizzabilità poiché l’altro mi è innanzitutto simile e solo in seguito potrò pensarlo come differente.

Essere-con l’alterità nel mondo significa includere l’altro nel rapporto di Cura ed è proprio il modo in cui interpretiamo il rapporto di Cura verso gli altri ad Essere esposto all’alternativa tra autenticità e inautenticità. Credo che possiamo prenderci cura degli altri solo se siamo in grado di riconoscergli pienamente la libertà di prendersi cura di se stessi e solo dopo potremo disporci a prenderci insieme cura del mondo che sarebbe  come dire che:

“prima che ci sia la possibilità che ci sia un noi ci deve Essere necessariamente un Io un Tu e prima ancora che ci si possa prendere cura di un Tu bisogna saper sostenere la Cura dell’Io”

Questo affermazione di Heidegger sta alla base di ciò che io personalmente come Counselor considero una Relazione Terapeutica, una Relazione di Aiuto in quanto credo fermamente che non ci sia la possibilità di avere cura dell’altro-da sé se non si riesce a sostenere la cura dell’io. Avere Cura, come stare in empatia non è buonismo, non è carità cristiana, non è simpatia ne tanto meno confluenza e soprattutto non è un atto spontaneo ma è qualcosa che costa fatica alla quale si va “addestrati”. E questo è come dire per esempio che ogni persona-operatore sanitario si relaziona alla persona paziente con la sua gettatezza ed opera nelle modalità del “SI dice, si fa” e su questi presupposti non ci può Essere relazione e non ci può Essere Cura, ci può Essere solo terapia dove per terapia intendo la terapia farmacologica e l’informazione che non prevedono alcuno scambio e nessun confronto. Mi preme anche affermare che ciò non ha nulla a che fare con l’amore e l’amicizia di cui scrive Biswanger in ” Per un’antropologia fenomenologica”

Il modo di Essere dell’Esserci che si incontra nel mondo è diverso dall’utilizzabile dalla semplice presenza poiché il mondo dell’Esserci rilascia un ente che non è solamente, in generale diverso dalle cose, ma che conformemente al suo modo di Essere, in quanto Esserci, è anch’esso “nel” mondo nel modo di Essere dell’Essere-nel-mondo e come tale è incontrato nel mondo. Questo ente quindi non è ne una semplice presenza ne utilizzabile, ma è così come è l’Esserci stesso che lo rilascia ovvero anch’esso ci-è-con.

Gli Atri che non sono Io sono innanzitutto miei simili

 

Io credo che la caratterizzazione dell’incontro con gli altri prenda quindi le mosse dell’Esserci sempre proprio ma non per fuggire nell’isolamento dell’Io, come riteneva Biswanger, quanto per “creare” un passaggio da questo isolamento agli altri. “Gli altri non sono, coloro che restano dopo che io mi sono tolto, gli altri sono piuttosto quelli dai quali per lo più non ci si distingue e fra i quali quindi si è anche” (Essere e Tempo)

 

 

Gli Altri si incontrano, prima di ogni distinzione di me, come soggetto in un ambiente comune

Gli altri non si incontrano cogliendoli in base ad una distinzione preliminare di sé, come soggetto innanzitutto presente, dai restanti soggetti, essi pure semplicemente presenti; non quindi guardando a me stesso quale fondamento della contrapposizione agli altri. Gli altri si incontrano a partire dal mondo in cui l’Esserci prendente cura nell’ambiente si mantiene essenzial-mente. L’incontro con gli altri ( dato fenomenico) ha luogo “nell’ambiente mondano”

La comprensione di sé avviene nella dimensione mondana in cui siamo con gli altri, ovvero in cui noi incontriamo gli altri nel loro Essere-nel-mondo.

Anche quando gli altri non fanno niente, non ci appaiono mai come “cose umane” semplicemente presenti perché anche il fare niente è un modo di Essere esistenziale, consistente nel soffermarsi presso tutto e presso nulla, senza prendersene cura e senza previsione ambientale. L’altro si incontra solo nel suo Con-Esserci nel mondo.

 

 

La Cura come Essere-Insieme

 

L’incontro con gli altri, per Heidegger, avviene sempre nell’ambito della Cura Quanto ai modi del l’aver Cura ci sono due possibilità :

  • L’aver Cura può in un certo modo sollevare l’altro dalla “cura” sostituendosi a lui nel prendersi cura, intromettendosi al suo Questo aver cura assume, per conto dell’altro, ciò di cui ci si deve prendere cura. L’altro risulta allora espulso dal suo posto, re-trocesso per ricevere a cose fatte e da altri, già pronto e disponibile, ciò di cui si prendeva cura, risultandone sgravato. In questa forma di cura l’altro può Essere trasformato in dipendente e in dominato, anche se il predominio è tacito e dissimulato per chi lo subisce. Questo aver cura, che solleva dalla cura, condiziona largamente l’Essere-assieme e riguarda per lo più il prendersi cura degli “utilizzabili”
  • Opposta a questa è la possibilità di avere cura la quale, anziché intromettersi al posto degli altri, li presuppone nel loro poter Essere “esistentivo”, non già per sottrarre loro la cura, ma per inserirli autenticamente in Questo modo di aver cura riguarda la cura autentica, cioè l’esistenza dell’altro e non qualcosa di cui egli si prende cura. Questo modo aiuta l’altro a divenire autentico nella propria cura e LIBERO PER ESSA.

L’aver cura si rivela quindi come una costituzione d’Essere dell’Esserci che, nelle sue diverse possibilità è intrecciata da un lato con l’Essere-per il mondo di cui l’Esserci si prende cura e dall’altro, con il suo autentico Essere-per il proprio Essere.

Considerazioni

 

Ovviamente tutto questo cambia l’ottica della relazione sanitario-paziente in quanto la persona-paziente andrebbe inserita autenticamente nella Cura.

Ma questo soprattutto cambia l’ottica relazionale tra Essere umano ed Essere umano in qualunque sfera esistenziale.

Un Essere-assieme inoltre, che trae origine dal fare le stesse cose resta per lo più non solo limitato ai rapporti esterni, ma dominato dal distacco e dalla riserva.

L’Essere-assieme di coloro che sono impegnati nello stesso “affare” spesso non si nutre che di diffidenza.

Al contrario, l’impegnarsi in comune per la stessa causa è determinato dall’Esserci che è toccato nel proprio.

Credo fermamente che solo questo legame autentico rende possibile la determinazione “giusta” della cosa in questione e rimette l’altro alla propria libertà.

Nello stesso modo l’Essere-assieme può Essere autentico in gruppo, per esempio di lavoro come quello di una equipe, solo quando ognuno si pro-getta per una stessa causa che è diverso da impegnarsi nello stesso “ affa re”

INTRODUZIONE AI LABORATORI DI “MESSA IN SCENA”

INTRODUZIONE AI PROSSIMI LABORATORI ESPERIENZIALI DI “MESSA IN SCENA”

LA MESSA IN SCENA COME STRUMENTO NELLA RELAZIONE ‘COME’ AIUTO
La messa in scena è, a nostro avviso, uno strumento relazionale di grande potenza evocativa in quanto dentro la finzione si vive attraverso il ‘come se’. E’ inoltre uno dei metodi più efficaci per passare dal “saper fare” al “saper essere”
La logica è quella del teatro in cui si traduce in azione qualunque cosa .
Crediamo che non ci sia un sapere che non sia teatrale, il teatro viene addirittura prima della cultura e risale almeno all’11.000 a.C
Per esercitare il ‘come se’ bisogna stare nel paradosso: la finzione non è alternativa alla realtà.
Quando il bimbo gioca, fa delle cose a cui crede ma senza crederci davvero e poi si porta le cose della vita. Mentre gioca sta nella finzione ma, impara da ciò che mette in scena, infatti, esercitando il paradosso, pur sapendo che non è vero, sa che è vero.
Ciò che succede nel mettere in scena assomiglia a ciò che i bambini chiamano: “facciamo che io ero”. E’ un mettersi nei panni di…, è rompere la cristallizzazione delle proprie fissità comportamentali perché nel mettere in scena, nella drammatizzazione di una situazione, l’attore, in quanto personaggio, inizia a differenziare i propri comportamenti e a sperimentarne altri.
Per mettere in scena bisogna lavorare di mimesi, ovvero mettersi nei panni di…non c’è nulla da presupporre, da dedurre, c’è solo da fare.. Ed è per questo che è un buon modo per sbrogliare qualunque matassa esistenziale e relazionale
La messa in scena parte dal presupposto che qualunque sia il problema questo nasce sempre da una situazione ed è proprio la situazione stessa che dev’essere messa in scena.
E’ la stessa messa in scena ad essere funzionale a un cambiamento in quanto “cornice del co me se”
Spesso le azioni quotidiane, sono automatismi privi di qualunque aspetto riflessivo; mettendo in scena, facciamo un’espressione nella cornice del ‘come se’ in quanto, il filtro della finzione ci permette di uscire dall’agito (atto impulsivo-automatico e inconsapevole) e di stare dentro la situazione con un doppia valenza: con un piede siamo dentro al fare, con l’altro dentro al valutare ed è proprio questo che permette il cambiamento.
E’ un atto Riflessivo che nel linguaggio fenomenologico non significa un viaggiare da un pensiero ad un altro tramite un passaggio deduttivo ma è una riflessione nel senso che la persona è implicata su tutti i linguaggi conosciuti: emotivo, cognitivo, immaginativo.
Le conseguenze che ne traiamo sono le stesse che traiamo davanti allo specchio quando ci guardiamo prima di uscire la mattina: si tratta di un riflesso etico ovvero “è buono, non è buono” e di un riflesso estetico ovvero “mi piace non mi piace”
E’ l’effetto scenico che implica una valutazione estetica che ha a che vedere con l’essere esposto ad un pubblico e con un ritorno di apprezzamento o disprezzo. Il pubblico quindi è fondamentale.
Konstantin Sergeevič Stanislavskij diceva che quando siamo in azione scenica bisogna stare concentrati su come l’altro ci vive in quanto personaggio e che siamo tutti a fare “la stessa roba” che ci tocca continuamente. Se cade la concentrazione cade tutto. Se qualcuno,a me personaggio,passa un oggetto, mi passa un oggetto carico di tensione di intenzionalità, non è solo un oggetto…
Nella messa in scena inoltre c’è anche un riflesso logico nel senso che i nostri pensieri devono essere radicati nelle cose in cui siamo impegnati.
Come la svolgiamo?
E’ un lavoro di gruppo
Ci si occupa da subito della globalità dei linguaggi
– Racconto della dimensione problematica
– Processo di co-costruzione per arrivare a condividere il topos del racconto
– Definizione della Situazione e del suo frame ovvero la situazione come immaginario (la situazione ha sempre un immaginario che è distinto dal racconto. Il Frame non è altro che immaginare la scena)
– Il frame è importante perché non ci si possono fare immagini in generale, l’immagine è sempre situazionale e riporta un generale ad un particolare. Gli argomenti sono ancora altro, perché l’argomento in cui nasce l’azione non ha mai connotati generali.
– Una volta co-costruito il tutto si va alla messa in scena
Cosa ci serve?
– La messa in scena ha bisogno di spazio
– La messa in scena ha bisogno di scegliere i personaggi che aiutino la persona a svolgere il proprio dramma, e le persone non sono scelte a casa ma sono persone che per qualche dettaglio sono utili a svolgere quella parte di noi.
– A chi mette in scena il suo dramma viene assegnato il ruolo di regista
IL RESTO E’ TUTTA ESPERIENZA CHE SI FA SUL CAMPO
INTRODUZIONE AI PROSSIMI LABORATORI ESPERIENZIALI DI “MESSA IN SCENA” LA MESSA IN SCENA COME STRUMENTO NELLA RELAZIONE ‘COME’ AIUTO La messa in scena è, a nostro avviso, uno strumento relazionale di grande potenza evocativa in quanto dentro la finzione si vive attraverso il ‘come se’. E’ inoltre uno dei metodi più efficaci per passare dal “saper fare” al “saper essere” La logica è quella del teatro in cui si traduce in azione qualunque cosa . Crediamo che non ci sia un sapere che non sia teatrale, il teatro viene addirittura prima della cultura e risale almeno al 11.000 a.C Per esercitare il ‘come se’ bisogna stare nel paradosso: la finzione non è alternativa alla realtà. Quando il bimbo gioca, fa delle cose a cui crede ma senza crederci davvero e poi si porta le cose della vita. Mentre gioca sta nella finzione ma, impara da ciò che mette in scena, infatti, esercitando il paradosso, pur sapendo che non è vero, sa che è vero. Ciò che succede nel mettere in scena assomiglia a ciò che i bambini chiamano: "facciamo che io ero". E’ un mettersi nei panni di…, è rompere la cristallizzazione delle proprie fissità comportamentali perché nel mettere in scena, nella drammatizzazione di una situazione, l'attore, in quanto personaggio, inizia a differenziare i propri comportamenti e a sperimentarne altri. Per mettere in scena bisogna lavorare di mimesi, ovvero mettersi nei panni di...non c'è nulla da presupporre, da dedurre, c’è solo da fare.. Ed è per questo che è un buon modo per sbrogliare qualunque matassa esistenziale e relazionale La messa in scena parte dal presupposto che qualunque sia il problema questo nasce sempre da una situazione ed è proprio la situazione stessa che dev'essere messa in scena. E’ la stessa messa in scena ad essere funzionale a un cambiamento in quanto "cornice del co me se" Spesso le azioni quotidiane, sono automatismi privi di qualunque aspetto riflessivo; mettendo in scena, facciamo un'espressione nella cornice del ‘come se’ in quanto, il filtro della finzione ci permette di uscire dall'agito (atto impulsivo-automatico e inconsapevole) e di stare dentro la situazione con un doppia valenza: con un piede siamo dentro al fare, con l'altro dentro al valutare ed è proprio questo che permette il cambiamento. E' un atto Riflessivo che nel linguaggio fenomenologico non significa un viaggiare da un pensiero ad un altro tramite un passaggio deduttivo ma è una riflessione nel senso che la persona è implicata su tutti i linguaggi conosciuti: emotivo, cognitivo, immaginativo. Le conseguenze che ne traiamo sono le stesse che traiamo davanti allo specchio quando ci guardiamo prima di uscire la mattina: si tratta di un riflesso etico ovvero “è buono, non è buono” e di un riflesso estetico ovvero “mi piace non mi piace” E' l'effetto scenico che implica una valutazione estetica che ha a che vedere con l'essere esposto ad un pubblico e con un ritorno di apprezzamento o disprezzo. Il pubblico quindi è fondamentale. Konstantin Sergeevič Stanislavskij diceva che quando siamo in azione scenica bisogna stare concentrati su come l'altro ci vive in quanto personaggio e che siamo tutti a fare la stessa roba che ci tocca continuamente. Se cade la concentrazione cade tutto. Se qualcuno a me personaggio passa un oggetto, mi passa un oggetto carico di tensione di intenzionalità, non è solo un oggetto… Nella messa in scena inoltre c’è anche un riflesso logico nel senso che i nostri pensieri devono essere radicati nelle cose in cui siamo impegnati. Come la svolgiamo? E’ un lavoro di gruppo Ci si occupa da subito della globalità dei linguaggi  Racconto della dimensione problematica  Processo di co-costruzione per arrivare a condividere il topos del racconto  Definizione della Situazione e del suo frame ovvero la situazione come immaginario (la situazione ha sempre un immaginario che è distinto dal racconto. Il Frame non è altro che immaginare la scena)  Il frame è importante perché non ci si possono fare immagini in generale, l'immagine è sempre situazionale e riporta un generale ad un particolare. Gli argomenti sono ancora altro, perché l'argomento in cui nasce l'azione non ha mai connotati generali.  Una volta co-costruito il tutto si va alla messa in scena Cosa ci serve?  La messa in scena ha bisogno di spazio  La messa in scena ha bisogno di scegliere i personaggi che aiutino la persona a svolgere il proprio dramma, e le persone non sono scelte a casa ma sono persone che per qualche dettaglio sono utili a svolgere quella parte di noi.  A chi mette in scena il suo dramma viene assegnato il ruolo di regista IL RESTO E’ TUTTA ESPERIENZA CHE SI FA SUL CAMPO